Il freddo di Mustard, il calore di Mustard

Di Letizia Bevilacqua

Forse è il clima eccezionalmente rigido degli ultimi giorni a portare questo genere di sensazioni, che mi sorprendono mentre faccio i conti con me stessa e la mia solitudine durante le lunghe e freddissime passeggiate con il cane.  (Lui non teme la temperatura!)

Fatto sta che, durante una camminata in un gelido mattino di inizio anno, con ancora addosso il calore delle feste appena trascorse, ecco che mi assale il freddo. Ma non il freddo di quei due gradi portati dal vento, un freddo interiore.

Una sensazione inspiegabile, immotivata, improvvisa e addirittura assurda, senza alcuna causa scatenante.

E da lì parte un ragionamento, anzi, all’inizio non si tratta di un vero e proprio ragionamento, quanto piuttosto di una intuizione, che poi la mente deve cercare di collocare nelle caselle della razionalità, per poterla spiegare ad altri, o forse per dare una spiegazione a se stessa.

Quello che ho sentito nel profondo è stato un “tonfo” Mustard, descritto magistralmente in una delicatissima canzone di un noto cantante italiano:

“Quando cade la tristezza in fondo al cuore

come la neve non fa rumore”

Il freddo di Mustard, il calore di Mustard

Credo di aver avuto la percezione, forse in un attimo, del distacco tra l’Anima e la Personalità, per usare le parole di Bach. Una sensazione di orfanità, che, anziché agitarsi come una falena impazzita in Sweet Chestnut, si è adagiata freddamente sul cuore. E in quel momento ho capito sul serio cosa significhi Mustard, che in qualche modo si arrende, ma in modo passivo, non getta la spugna come Gorse, perché sente di non averla nemmeno, la spugna da gettare.

E allora resti lì, ferma, nel freddo fuori, nel freddo dentro, con gli occhi vuoti, sentendo quasi che resterai lì per sempre, che inizierai a congelare dall’interno. E nel frattempo il corpo restituisce quello che prova nell’interiorità, e non senti più le mani e i piedi, e piano piano ti abbandoni davvero all’idea di restare ferma e congelata per sempre. E non te ne importa.

Poi  per fortuna la vita materiale ti risveglia. Qualcuno ti passa accanto, qualcun altro ti accenna un saluto.

“Forza Homer, si torna a casa”.

E lì, che fortuna conoscere i Fiori!

Come desiderava Bach, quando si augurava che chiunque avesse paura potesse uscire nell’orto e prendere Mimulus, così io posso prendere la boccetta di Mustard, perché so che era il freddo di Mustard quello che avevo sperimentato, e lasciare che la sua luce, il suo giallo brillante, il suo calore mi possano inondare e permettano al ghiaccio di sciogliersi, agli occhi di tornare vitali, al sorriso di aprirsi.

Percepire quella fredda tristezza inspiegabile è stato come una illuminazione, come se una parte di consapevolezza dovesse necessariamente attraversare una sensazione dolorosa. Solo così ho potuto vedere il distacco, ho percepito il vuoto che la Personalità, l’ego, provano di fronte alla nostra Divinità interiore. Ma solo accorgendoci di questo distacco, lo possiamo poi colmare.

Mustard aiuta a comprendere che più sperimenti il freddo glaciale, più sai che esso nasconde solo un grande calore, che va lasciato agire, espandersi.

Del resto, la saggezza popolare non mente, esiste un proverbio che dice: sotto la neve, pane. L’inverno è solo una stagione in cui tutto si prepara al risveglio primaverile. È il tempo del freddo e del silenzio, ma è funzionale al rinnovamento. Così la tristezza Mustard, il freddo interiore, nasconde il risveglio, cela il calore della primavera dell’Anima.

Lasciamo che ci avvolga, che sciolga il ghiaccio, che permetta di scaldarci e illuminarci con la sua luce radiosa come il sole di primavera. Lasciamo che colmi il vuoto tra il nostro Vero Sè e la Personalità, per fare in modo che camminino per mano, insieme, con gioia, verso la nostra Missione di questo giorno di scuola.