Accompagnare, semplicemente accompagnare…

Di Ricardo Orozco ©2025

Sarebbe interessante interrogarsi attentamente su quale sia la funzione del Floriterapeuta. Capisco benissimo che su questo argomento esistono tante opinioni quanti Floriterapeuti.

A mio avviso, il compito del Floriterapeuta è molto semplice: accompagnare il cliente durante il processo o percorso che lui stesso ha deciso di intraprendere. In questa esperienza l’assunzione dei Fiori avrà un importante ruolo catalizzatore.

Ultimamente, nei miei viaggi in Sud America, ho notato che la parola <consultante> sostituisce sempre più il termine <cliente> il quale a sua volta ha rimpiazzato l’ormai preistorico <paziente>.

Mi piace l’idea dell’accompagnatore, e a Carmen Rosety e a me piaceva paragonarci a dei tassisti. Una persona sale sul taxi, dice dove vuole andare e noi lo aiutiamo a raggiungere il luogo prescelto con l’inestimabile GPS costituito dai Fiori.

Il vantaggio del taxi consiste nel fatto fondamentale che esso ti conduce esattamente dove vuoi andare, ammesso che il luogo esista, ovviamente, e che sia raggiungibile in auto poiché si trova ad una distanza ragionevole. Per esempio, nella città di Barcellona se io chiedo di essere accompagnato alla Plaza de la Universidad, il tassista non può decidere di portarmi all’aeroporto “perché sarà la cosa migliore per me” o “perché secondo lui è ciò di cui ho bisogno”. Un altro aspetto che mi piace di questa metafora è che da un taxi il passeggero può scendere in qualsiasi momento lo desideri, indipendentemente dal fatto che la destinazione sia stata raggiunta o meno.

Certo, quello che non mi piace dell’esempio del taxi è che il ruolo del passeggero di solito è passivo, soprattutto se egli decide di non dialogare con il conducente. Nella relazione Floriterapeuta-cliente invece, il dialogo è assai importante, si tratta soprattutto di un momento di scambio in cui il Floriterapeuta utilizzerà una tecnica molto efficace denominata “ascolto attivo”.

Credo sia necessario sfatare definitivamente la funzione del Floriterapeuta, sottolineando che esso non ha alcuna missione divina nei confronti del cliente; non è un guaritore né uno sciamano, né un tecnico e non appartiene al sistema sanitario. Il Floriterapeuta è una persona che offre umilmente di accompagnare qualcuno durante una fase particolare della vita, con il meraviglioso aiuto dei Fiori di Bach che egli conosce molto bene. Esegue questo servizio (così i tassisti chiamano una corsa) in modo etico e trasparente, senza propinare prediche, né offrire consigli o presunte soluzioni da bar, senza promettere nient’altro se non, appunto, un accompagnamento.

Eppure ciò che appare tanto facile risulta invece assai difficile, a causa di tutte le trappole nelle quali l’ego può facilmente cadere, perché probabilmente non accetta di ricoprire un ruolo tanto “povero”, per non dire anonimo, poiché in questa prospettiva il ruolo del Floriterapeuta sarà tale per cui egli non dovrà diventare né rilevante né indispensabile per il cliente.

È proprio in questa semplicità che risiede l’aspetto veramente nobile e spiritualizzato del processo.

In questo particolare tipo di vicinanza, in cui i ruoli non costituiscono una barriera, il Floriterapeuta e il cliente camminano insieme mantenendo uno scambio paritario. Non vi è dubbio che per Bach il culmine massimo dell’evoluzione spirituale fosse rappresentato dal servizio al prossimo e questo servizio, a mio avviso, deve essere offerto attraverso l’uso dei Fiori di Bach da pari a pari. In questa prospettiva si è compagni di viaggio, ognuno con i suoi difetti e le sue virtù, sia come Floriterapeuti che come clienti.

Facile e difficile allo stesso tempo!

Come faceva il Dr. Bach a sapere a cosa serviva ogni fiore?

Di Ricardo Orozco ©2025

Questo è un argomento molto controverso. Per alcuni, egli seguiva il metodo scientifico, come attestano le catalogazioni che avrebbe fatto su centinaia di piante, cercandole, osservandole e registrandone i dati. Questa ipotesi è rafforzata dalla sua carriera accademica e scientifica e anche dal modo in cui scartò alcune essenze che aveva preparato, come il cupressus e il cotyledon, che probabilmente non erano all’altezza dei suoi test e delle sue aspettative.

A partire dal 1928 sperimenta anche Impatiens, Clematis e Mimulus, preparandoli con il metodo omeopatico, anziché con la solarizzazione che adotterà a partire dal 1930.

Bach sentado sobre la hierba

Per altri Bach era un mistico, un sensitivo, un guaritore, e a questo contribuiscono senza dubbio l’attenta lettura delle sue opere e le testimonianze di Nora Weeks, sua collaboratrice e biografa.

Ma quale di questi due approcci è quello corretto? In linea di principio, non è necessarioaderire a nessuno dei due,poiché uno non esclude l’altro, ma anzi, al contrario, si completano a vicenda.

A mio parere, Bach era tutto questo, uno scienziato molto apprezzato ai suoi tempi e, come è giusto che sia, naturalmente curioso. Ma era anche un essere speciale, un sensitivo altamente spiritualizzato, in grado di accedere a informazioni nascoste alla grande maggioranza delle persone.

Purtroppo non esiste un resoconto di come il dottor Bach sia arrivato a ciascuno dei 38 fiori del sistema, ma abbiamo testimonianze per alcuni di loro.

Sembra che l’ambiente esterno (le piante e il loro habitat) risuoni allo stesso tempo con le esperienze interiori. In molti casi ci sono sincronicità molto significative che si intrecciano per dare un messaggio. Semplificando, eventi che non sono affatto casuali e che ci mostrano che l’interno e l’esterno sono in realtà la stessa cosa e sono collegati, entrano in risonanza e possono trasmettere un messaggio significativo a chi li riceve. Lo psichiatra e psicologo svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961) ha definito questo fenomeno come sincronicità.1

Pertanto, come possiamo vedere, nella vita di Bach si verificheranno delle sincronicità che lo condurranno ai fiori descriti di seguito.

Per quanto riguarda Water Violet (1931), Julian Barnard2 scrive che Bach era in uno stato di particolare raccoglimento e pensava a una persona specifica. In quel momento notó la pianta che cresceva in uno stagno e mise in relazione la sua esperienza interiore con la pianta.

Più tardi, una lettera farà luce su come scoprì Gorse e Heather:

4, Brunswick Terrace,
Cromer, Norfolk
17 gennaio 1934

«Caro Fratello, questo fu l’inizio dei nostri Quattro Aiutanti. Un giorno in cui mi sentivo inquieto per il futuro, come suppongo succeda a tuti, mentre riposavo vicino al porticciolo a Marlow-on-Thames, mi è arrivato questo messaggio. Un messaggio non solo per me, ma per tuti coloro che si sforzano di aiutare gli altri. L’ho scritto così com’era e ho subito notato accanto a me un cespuglio di ginestre in fiore e ho pensato: “Che bello”. Non l’avevo mai visto prima, ma poi mi è apparsa la meravigliosa visione di un paesaggio di prati ricoperti dal cespuglio in fiore. Questo è stato il primo dei nostri Quattro Aiutanti.

Mi alzai e andai subito da una donna che conoscevo, egocentrica ed estremamente mondana, e le chiesi: “Qual è secondo te il panorama più bello del mondo?” “Hai mai visto qualcosa che ti faccia pensare che possa esistere Dio?”. E lei, senza la minima esitazione, rispose: “Sì, le montagne coperte di erica”. Ed è così che ho trovato il secondo dei nostri aiutant i.

Per molte persone, naturalmente, questo non significherebbe nulla, ma per voi so che indica il modo in cui la Fratellanza Bianca opera tra noi, non con miracoli, non con apparizioni, ma solo guidandoci, se siamo disposti a lasciarci guidare, da eventi quotidiani.»3

Va detto che le descrizioni delle prime 12 essenze (I 12 Guaritori)vengono modificate man mano che l’équipe del Dr. Bach segue i casi con esse. L’evoluzione è molto evidente. Nelle successive, I 7 Aiutanti, la variazione è minima.

Per i fiori della Terza Generazione, cioè gli ultimi 19, sappiamo che Bach sente su di sè gli stati negativi che essi correggono. Teniamo presente che egli aveva deciso di essere il suo laboratorio personale, in cui avvenivano continuamente reazioni esplosive, e di questo è testimonianza la sua cativa salute in quel momento. Quest’ultimo lotto sarà preparato in soli 5 mesi (da marzo a luglio 1935), alcuni rimedi addirittura nella stessa setimana.

In quest’ultima generazione di rimedi floreali, le descrizioni delle essenze sono rimaste invariate, il che fa pensare che siano state in qualche misura (o a tuti gli effeti) canalizzate dal dottor Bach, che ormai era diventato un grande sensitivo. D’altra parte, per alcune di esse non esiste una storia di usi fitoterapici o ancestrali.

Di questi ultimi fiori conosciamo le circostanze della preparazione di Cherry Plum e Red Chestnut.

Nora Weeks4 riporta quanto segue riguardo Cherry Plum:

«Qualche giorno prima aveva sofferto di un grave gonfiore ai seni frontali, di un dolore tormentoso agli zigomi e di un mal di testa accecante e persistente. Il dolore era così intenso che si sentiva disperato, come se la vita non fosse più possibile senza la perdita della ragione. Sapeva di essere sul punto di scoprire il rimedio per questo stato d’animo e una matina presto si mise a setacciare i campi e le strade alla sua ricerca. Fu allora che trovò una siepe coperta di fiori bianchi di ciliegio e tagliò alcuni ramoscelli fioriti, portandoli a casa (…) Li fece bollire per un’ora. Quando si fu raffreddato, filtrò il liquido, lo tolse e prese alcune gocce del rimedio. Quasi immediatamente la sua agonia mentale cessò e con essa il dolore fisico. Il matino seguente era completamente guarito.»

Infine, Chancellor descrive la scoperta di Red Chestnut, in un contesto altrettanto drammatico del precedente:

«Pochi giorni prima di scoprire Red Chestnut, il dottor Bach ebbe un brutto incidente con un’ascia: le persone a lui vicine si sentirono molto in ansia mentre si accingevano, come primo passo, a fermare il sangue. Quando si riprese, il dottor Bach disse di aver sperimentato lo stato d’animo del rimedio che avrebbe poi cercato, un rimedio che avrebbe contrastato la paura degli altri. Aggiunse che la nostra ansia per lui, sebbene facessimo del nostro meglio per nasconderla, non lo aveva affatto aiutato. La sua sensibilità era tale che non poteva fare a meno di sentire e reagire ai nostri sentimenti in quel momento; qualsiasi pensiero di depressione, preoccupazione o paura in un’altra persona gli provocava un acuto dolore fisico.»

Se da un lato è emozionante ripercorrere le circostanze che hanno “indirizzato” il dottor Bach a trovare i fiori giusti per il suo sistema, dall’altro è molto importante notare che la sua équipe ne ha provato l’effetto vedendo numerosi pazienti, anche durante la sua vita. A distanza di molti decenni, un gran numero di utenti e terapeuti continua a osservare gli effeti descriti e a scoprire nuove applicazioni.

1 Vedi l’articolo Che coincidenza! di Ricardo Orozco.
2 Barnard, Julian, Fiori di Bach. Forma e funzione, Tecniche Nuove, 2004.
3 Edward Bach. Obras completas. Continente, 2017.
4 Molti dati su questo tema sono disponibili in Weeks, Nora, La vita e le scoperte di Edward Bach, Guna, 1996.

Che coincidenza!

Di Ricardo Orozco ©2025

Un problema, forse insormontabile, che incontrano l’antropologia, l’archeologia e la storia, è la
difficoltà di comprendere le civiltà antiche a partire dall’attuale analisi materialistica. E non sembra che i riferimenti religiosi, socio-economici e storici, né le metodologie scientifiche analitiche aiutino a capire molto del funzionamento della mente umana, dalle civiltà più antiche al Medioevo.

Cattedrale di Santiago di Compostela. Segni sulle pietre.
Cattedrale di Santiago di Compostela. Segni sulle pietre.

Ricordo in modo molto vivido quando, durante una visita turistica a una cattedrale gotica, una guida spiegò che i vari simboli che apparivano sulle pietre erano i segni fatti dagli scalpellini per dare indicazioni su quanto farsi pagare i pezzi. Davvero? E perché ci sono solo nel gotico religioso e non in quello civile? E perché solo nelle parti visibili? E poi, non sarebbe un po’ immodesto mettere un marchio indelebile sulla pietra, soprattutto in un’epoca in cui le opere d’arte non venivano firmate?

Ne La tradizione ermetica, Julius Evola1 scrive quanto segue:

«La costituzione spirituale dell’uomo nelle civiltà tradizionali era tale che ogni percezione fisica aveva contemporaneamente una componente psichica che la animava, aggiungendo alla nuda immagine un significato e, allo stesso tempo, un tono emotivo speciale e potente.»

In altre parole, nella mente dell’uomo antico il simbolo aveva un potere evocativo, capace di catalizzare un’esperienza spirituale. Inoltre, questa percezione fisica era innescata anche da altri fenomeni presenti in natura, come il volo degli uccelli, i fenomeni atmosferici e una miriade di altri segni che gli uomini incontravano (e che incontriamo regolarmente). Nel caso della cattedrale, quindi, l’uso del simboloeraprobabilmente quello di canalizzareesperienze spirituali nei visitatori medievali. Soprattutto in un’epoca in cui quasi nessuno sapeva leggere o scrivere.

Credo che, nel corso dei secoli, abbiamo perso alcune di queste capacità percettive che queste persone “arretrate” possedevano naturalmente, e grazie alle quali erano collegate più direttamente alla loro anima. E, a questa interpretazione inconscia dei segni, dovremmo anche aggiungere il sogno lucido, che, a quanto pare, non era un’eccezione, ma un evento comune.

Questo mi porta ad alcune riflessioni che mi hanno condotto al dottor Bach, attraverso la sincronicità.

Questo concetto è stato formulato nel 1952 dallo psichiatra e psicologo svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961), anche se è un tema ricorrente nelle culture antiche, sia orientali che occidentali.

Per riassumere, la sincronicità si occupa di quelle “coincidenze” apparentemente sorprendenti che ci sono capitate tante volte. Statisticamente sono troppo improbabili per essere considerate semplici coincidenze, quindi non smettono mai di stupirci. Inoltre, se li osserviamo con attenzione, questi segni hanno una componente emotiva significativae contengono ovviamente informazioni molto preziose per noi, presentandosi nella vita quando abbiamo bisogno di una risposta. Non è un caso, come si intende nel pianeta di “Piattolandia”.2

La sincronicità può apparire in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, con l’obiettivo di farci passare dal pensiero egocentrico a una visione più integrata della vita. Per mostrarci che non siamo così separati dagli altri (e dal tutto) come crediamo, ma piuttosto il contrario. Che siamo parte di un tutto integrato, dove “come sopra, così sotto”… e “come fuori, così dentro”. In questo modo tutte le parti si relazionano tra loro, seguendo un ordine superiore carico di significato.

Jung intende la sincronicità come un fenomeno che trascende la semplice coincidenza e rivela una connessione profonda tra la nostra psiche individuale e il vasto mondo che ci circonda. La sincronicità, in altre parole, ci invita a considerare che la realtà è molto più complessa e misteriosa di ciò che percepiamo con i nostri sensi.

Carl Gustav Jung
Carl Gustav Jung

In tutti gli anni in cui ho praticato la terapia con i Fiori di Bach, è stata una caratteristica costante vedere quanti clienti facevano riferimento alle sincronicità: una cosa che, prima di allora, non era un evento frequente per loro. Potrebbe essere che la speciale sintonizzazione intuitiva catalizzata dai Fiori di Bach li abbia resi più consapevoli di questi fenomeni.

Sarebbe impossibile stabilire una “classifica” dei fiori più legati alla sincronicità, ma, se dovessi scegliere una essenza più strettamente legata ad essa, sarebbe senza dubbio Chestnut Bud. Nei periodi in cui ho utilizzato maggiormente questo fiore, il fenomeno è stato più evidente. Credo che questo sia dovuto al fatto che è il rimedio più strettamente legato all’apprendimento, e la sincronicità è certamente al suo servizio.

La cosa più emozionante è che, nella vita del dottor Bach, ci sono state molte sincronicità che lo hanno portato alla scoperta delle essenze. Ci sono testimonianze in cui, per alcuni fiori, Bach fu guidato dalla sincronicità: Water Violet, Gorse, Heather, Cherry Plum e Red Chestnut. Ma è negli ultimi 19 che ciò è più evidente, quando lui stesso diventa il suo “laboratorio personale”; è qui che le sincronicità sostituiscono in gran parte i reagenti e gli strumenti del laboratorio convenzionale.

Ma, a parte l’assunzione dei Fiori di Bach, come è possibile cercare le sincronicità? Proprio “non cercandole” e affidandosi all’intuizione. Infatti, quando stavo pensando di scrivere questo articolo, io stesso sono stato protagonista di una bella sincronicità. Circa 35 anni fa avevo letto un libro di Julius Evola, dove ricordavo di aver sottolineato un paragrafo cheora pensavo potesse essere utile al mio scopo. Inutile dire quanto sia difficile per me trovare un libro nel groviglio dei tanti che ho in disordine, sia a casa che in ufficio, per non parlare di quelli che ho prestato e non mi sono stati restituiti…. Ma appena ho guardato una parte dello scaffale in un corridoio, l’ho trovato subito! Si tratta del paragrafo all’inizio dell’articolo.

Nell’opera di Bach viene costantemente trasmesso come Dio, anima, mente e intuizione siano sempre intrecciati nella stessa direzione, quella dell’apprendimento sulla via della perfezione. Ed è proprio al servizio di questo che egli crea il suo sistema floreale, perché, come dice nel capitolo 2 di Libera te stesso:

“Le cose terrene non sono che interpretazioni di quelle spirituali. Il più piccolo e insignificante degli eventi ha dietro di sé uno scopo divino”.

E, in effetti, come afferma Jung nel suo concetto di sincronicità, nessun evento è casuale.

Infine, vorrei salutare con una frase dello scienziato forse più brillante degli ultimi secoli, molto appropriata per i materialisti più recalcitranti di Piattolandia:

“La coincidenza è il modo che ha Dio di restare anonimo”.

Albert Einstein
  1. Martínez Roca, 1975  
  2. Pianeta “immaginario”, o forse no, ideato da Carmen Hernández Rosety, nel quale il sistema dominante pretende che viviamo, e in cui il caso spiega tutto