Il “qui e ora” nella filosofia e nel sistema floreale di Bach

Di Letizia Bevilacqua

Il “qui e ora”. Al giorno d’oggi, si può dire, abbiamo abbastanza familiarità con queste parole.

Si tratta di un concetto importante che affonda le sue radici nel Buddismo, viene trattato dalla Scuola Stoica greca, è poi stato ripreso dalla Filosofia1, e da certi ambiti della Psicologia, come la Gestalt2.

Negli ultimi decenni ne hanno fatto una bandiera la Mindfulness3, che lo ha reso fruibile da più persone, ed Eckart Tolle, a cui va il merito di averlo diffuso al grandissimo pubblico americano ed europeo attraverso il suo famoso libro “Il Potere di Adesso”.

Dunque, frasi come “il domani non esiste” ,“bisogna vivere in presenza, nel qui e ora”, sono entrate ormai nel linguaggio comune.

Anche se, attualmente, viene quasi da considerarlo un modo di dire un po’ abusato, tanto citato, poco praticato, e che “va di moda” come strategia per ridurre lo stress, nel suo significato profondo contiene la fondamentale chiave di accesso per la creazione della nostra realtà.

Sappiamo che il dott. Bach era in possesso di un bagaglio di conoscenze esoteriche che ci ha tramandato attraverso i suoi (purtroppo pochi) scritti, e anche attraverso la sua principale eredità: i fiori che portano il suo nome. Ma non solo. Esiste un testo, assai inusuale, nel quale le sue consapevolezze giungono a noi sotto forma di amorevoli esortazioni. Mi riferisco al romanzo “Sii Fedele a Te Stesso”4, scritto nel 1938 dalla sua collaboratrice e amata Mary Tabor. Grazie a questo romanzo veniamo a conoscenza di molti particolari della filosofia “quotidiana” di Bach, più che in qualsiasi altro testo esistente.

In questo romanzo si nota quanto egli predicasse il concetto che stiamo prendendo in esame, senza limitarsi ad indicarlo: lo attuava, e ha lasciato a noi i consigli e gli strumenti per poterlo praticare.

Tutto il romanzo è permeato di insegnamenti, e quello di vivere nel “qui e ora” è uno dei maggiori.

E’ affrontato in diversi capitoli, ma più apertamente nel dodicesimo, nel quale un misterioso personaggio dona ad una ragazza un po’ distratta due mazzolini di fiori: uno di Clematis, e uno di Honeysuckle. Un chiaro invito alla presenza!

E’ curioso notare che questi due fiori siano gli unici ad essere nominati nel romanzo in modo esplicito.

Il “qui e ora” nella filosofia e nel sistema floreale di Bach

Se il Buddismo lega il qui e ora al concetto dell’impermanenza, e la Psicologia a quello dell’essere consapevoli delle proprie emozioni del momento, il qui e ora inteso da Bach è, invece, estremamente semplice, così come desiderava fosse tutto ciò che intendeva divulgare: è, infatti, vivere appieno il momento, un invito a non farci portare via da pensieri che occupano la mente, da ricordi del passato e anticipazioni preoccupate del futuro.

E’ porre l’attenzione su quello che stiamo facendo, su quello che stiamo ascoltando, considerando che l’attimo presente è l’unico momento che esiste: non il passato, non il futuro. Questi sono solo immagini nella nostra mente.

Agire con consapevolezza il momento presente, “accorgerci” di quello che abbiamo intorno, porci attivamente in uno stato di accettazione: è questo ciò che ci permette di apprezzare attimo dopo attimo la nostra vita, e di porre le basi della realtà che desideriamo.

E’ inutile, se non dannoso, concentrarci su ciò che non è ancora o su ciò che è stato. Questo è causa di molti malesseri dell’essere umano.

Ha una fondamentale importanza anche lo spazio, il “qui”. Quante volte – ci narra Mary Tabor attraverso le parole dei suoi personaggi- siamo in un luogo, ma vorremmo essere da un’altra parte. Di conseguenza distogliamo l’attenzione dal “qui”. Spesso lasciamo i nostri corpi come simulacri in un posto, e con la mente ci trasferiamo altrove, magari laddove vorrebbe andare il nostro desiderio: quello che le convenzioni, la società, la famiglia, i sensi di colpa hanno soffocato.

Pur nella sua intrinseca semplicità, il tanto nominato “qui e ora” è molto difficile, in genere, da praticare. Non siamo abituati a farlo, nelle nostre vite frenetiche riempite quotidianamente di pensieri, rimpianti e apprensione.

Ma è per questo che ci vengono in soccorso i fiori: tutto il sistema floreale, portato alla luce da Bach, è stato “progettato” dal “Grande Architetto dell’Universo” per aiutarci, per condurci al bene, al nostro Vero Sè, alla nostra Anima.

Diversi Fiori di Bach che utilizziamo ci aiutano proprio perché ci riallineano al presente.

Di seguito, descritti nel modo generale che lo spazio in questo contesto ci consente, quelli che ritengo i più significativi in proposito, ma il campo è aperto per confronti e ulteriori riflessioni.

Abbiamo già nominato Honeysuckle e Clematis, che hanno ottenuto un posto d’onore nel romanzo di Mary Tabor. Il primo ci libera dall’eccessivo peso del passato, dalla nostalgia, dal dolore del ricordo. Il secondo ci riporta “qui”, ci collega alla realtà immanente.

Impatiens, lo dice la parola stessa, ci aiuta quando fuggiamo continuamente dal momento presente, quando siamo attaccati dalla frenesia, dall’impazienza che troppo ci proietta nel futuro.

E che dire di White Chestnut e Scleranthus, in nostro soccorso durante quegli stati che letteralmente rapiscono la nostra mente dal qui e ora, quando le preoccupazioni e i rimuginamenti mentali diventano un caos interiore inestricabile.

Agrimony, in aiuto a coloro che fuggono, per chi deve essere sempre “altrove”, non vuole guardare quello che c’è nel momento e che non gli piace. Queste persone vivono “tre vite in una”, ma non vivono nessun momento nel vero senso della parola.

Heather, per chi resta prigioniero di se stesso e rimane in balia del suo mondo, immerso nella mente caotica e nelle emozioni estreme, nella “sua” realtà.

Non possiamo poi mancare di citare Elm, Oak e Rock Water, quando attraverso il comportamento ossessivo, l’eccessiva rigidità si dimora nel passato (magari perché si avvertono addosso sensi colpa, traducibili con Pine nel sistema floreale), oppure ci si proietta costantemente in un preoccupante futuro.

E infine Hornbeam, per trovare la voglia, la motivazione per viverlo, questo “qui e ora”!

Onoriamo dunque con l’aiuto dei Fiori ogni momento della nostra vita, accogliamo lo spazio fisico in cui ci troviamo, il paese che abitiamo, il corpo in cui stiamo vivendo.

Dobbiamo ricordare, e il dott. Bach ci aiuta a farlo, che siamo noi i creatori della nostra realtà, nel qui e ora, l’unico momento che esiste, ed è sempre un momento nuovo da agire, senza il condizionamento del passato e senza l’anticipazione del futuro.

Trattiamolo con la massima attenzione, con amore e gratitudine, e avremo sempre altrettanto amore ed esperienze di cui essere grati.

Aprendo il cuore, accettando davvero il qui e ora così come è, ci accorgeremo dei fiori meravigliosi che stanno sbocciando intorno a noi.

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Il freddo di Mustard, il calore di Mustard

Di Letizia Bevilacqua

Forse è il clima eccezionalmente rigido degli ultimi giorni a portare questo genere di sensazioni, che mi sorprendono mentre faccio i conti con me stessa e la mia solitudine durante le lunghe e freddissime passeggiate con il cane.  (Lui non teme la temperatura!)

Fatto sta che, durante una camminata in un gelido mattino di inizio anno, con ancora addosso il calore delle feste appena trascorse, ecco che mi assale il freddo. Ma non il freddo di quei due gradi portati dal vento, un freddo interiore.

Una sensazione inspiegabile, immotivata, improvvisa e addirittura assurda, senza alcuna causa scatenante.

E da lì parte un ragionamento, anzi, all’inizio non si tratta di un vero e proprio ragionamento, quanto piuttosto di una intuizione, che poi la mente deve cercare di collocare nelle caselle della razionalità, per poterla spiegare ad altri, o forse per dare una spiegazione a se stessa.

Quello che ho sentito nel profondo è stato un “tonfo” Mustard, descritto magistralmente in una delicatissima canzone di un noto cantante italiano:

“Quando cade la tristezza in fondo al cuore

come la neve non fa rumore”

Il freddo di Mustard, il calore di Mustard

Credo di aver avuto la percezione, forse in un attimo, del distacco tra l’Anima e la Personalità, per usare le parole di Bach. Una sensazione di orfanità, che, anziché agitarsi come una falena impazzita in Sweet Chestnut, si è adagiata freddamente sul cuore. E in quel momento ho capito sul serio cosa significhi Mustard, che in qualche modo si arrende, ma in modo passivo, non getta la spugna come Gorse, perché sente di non averla nemmeno, la spugna da gettare.

E allora resti lì, ferma, nel freddo fuori, nel freddo dentro, con gli occhi vuoti, sentendo quasi che resterai lì per sempre, che inizierai a congelare dall’interno. E nel frattempo il corpo restituisce quello che prova nell’interiorità, e non senti più le mani e i piedi, e piano piano ti abbandoni davvero all’idea di restare ferma e congelata per sempre. E non te ne importa.

Poi  per fortuna la vita materiale ti risveglia. Qualcuno ti passa accanto, qualcun altro ti accenna un saluto.

“Forza Homer, si torna a casa”.

E lì, che fortuna conoscere i Fiori!

Come desiderava Bach, quando si augurava che chiunque avesse paura potesse uscire nell’orto e prendere Mimulus, così io posso prendere la boccetta di Mustard, perché so che era il freddo di Mustard quello che avevo sperimentato, e lasciare che la sua luce, il suo giallo brillante, il suo calore mi possano inondare e permettano al ghiaccio di sciogliersi, agli occhi di tornare vitali, al sorriso di aprirsi.

Percepire quella fredda tristezza inspiegabile è stato come una illuminazione, come se una parte di consapevolezza dovesse necessariamente attraversare una sensazione dolorosa. Solo così ho potuto vedere il distacco, ho percepito il vuoto che la Personalità, l’ego, provano di fronte alla nostra Divinità interiore. Ma solo accorgendoci di questo distacco, lo possiamo poi colmare.

Mustard aiuta a comprendere che più sperimenti il freddo glaciale, più sai che esso nasconde solo un grande calore, che va lasciato agire, espandersi.

Del resto, la saggezza popolare non mente, esiste un proverbio che dice: sotto la neve, pane. L’inverno è solo una stagione in cui tutto si prepara al risveglio primaverile. È il tempo del freddo e del silenzio, ma è funzionale al rinnovamento. Così la tristezza Mustard, il freddo interiore, nasconde il risveglio, cela il calore della primavera dell’Anima.

Lasciamo che ci avvolga, che sciolga il ghiaccio, che permetta di scaldarci e illuminarci con la sua luce radiosa come il sole di primavera. Lasciamo che colmi il vuoto tra il nostro Vero Sè e la Personalità, per fare in modo che camminino per mano, insieme, con gioia, verso la nostra Missione di questo giorno di scuola.

“TO THINE OWN SELF”


Di Letizia Bevilacqua

“To Thine Own Self” è un vero romanzo di consapevolezza.

Scritto nel 1939 da Mary Tabor, collaboratrice del dott. Bach, non è mai stato ristampato, anzi, per un lungo periodo se ne erano addirittura perse le tracce. Fortunatamente, in seguito il romanzo è stato recuperato e reso fruibile online nella sua lingua originale, l’inglese.

Mi sento molto onorata di aver avuto la possibilità di tradurlo in italiano, anche perché, quando ho iniziato a farlo, non avrei mai immaginato che mi sarei trovata di fronte ad un testo simile.

Quasi magicamente, più andavo avanti a leggere, più trovavo riferimenti alla situazione che stavo vivendo. Sembrava quasi che in quelle pagine fossero racchiusi dei suggerimenti, pareva che parlassero di me, che volessero regalarmi un aiuto.

A livello puramente pratico, ho avuto non poche difficoltà nel tradurre alcuni punti – dato l’inglese dell’epoca, con termini oggi desueti o addirittura scomparsi, con passaggi criptici e giochi di parole non traducibili in modo letterale – ma esse, anziché farmi demordere, mi stimolavano, e scavavo sempre più a fondo, come un archeologo che sa che sta per trovare un tesoro.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati, ho provato un’esperienza che ha segnato nella mia vita un “prima” e un “dopo”.

Ma addentriamoci nel testo.

Il tono che subito ci accoglie è fiabesco: non a caso il romanzo incomincia con un poetico “C’erano una volta…”, per poi proseguire come fosse una sorta di Vangelo, ricco di aneddoti e parabole.

Il linguaggio è semplice, didascalico, ricco di significativi giochi di parole. Ad un primo sguardo può apparire ripetitivo, ma questo deriva da un preciso intento: si tratta, infatti, di un modo di esprimersi quasi ipnotico, per fare sì che quanto scritto entri totalmente nella coscienza del lettore. E in tutto questo si percepisce una grande amorevolezza, caratteristica certamente del dott. Bach, ma, oserei dire, anche dell’autrice.

Curiosamente, non si parla in modo diretto di Fiori di Bach nel testo, salvo un caso in cui vengono citati Clematis e Honeysuckle per invitare alla presenza.

 I riferimenti ai fiori si trovano, ma non sono espliciti.

I personaggi che animano il racconto sono una sorta di “alter ego” del dott. Bach e dei suoi amici/collaboratori. Possiamo, anzi, notare come Edward Bach sia incarnato addirittura da due personaggi: Davidsson (il cui nome è un esempio dei già citati giochi di parole: David’s Son, figlio di Davide, quindi fratello di Cristo), e Jack Burton.

L’incontro di alcuni amici che soggiornano insieme fa da pretesto per la narrazione di storie, racconti, alcuni realmente accaduti, altri creati ad hoc per fornire preziosi insegnamenti.

Inizialmente avevo immaginato che la vicenda si svolgesse nell’abitazione denominata Mount Vernon, (l’attuale sede del Bach Centre, in Inghilterra, nell’Oxfordshire), ma dal testo si evince che la casa in cui soggiornano i personaggi è molto più grande, dunque si può ipotizzare che si parli di un’altra dimora in cui quasi certamente il dott. Bach svolgeva la sua attività: la casa di Mary Tabor.

Mount Vernon

Lei, l’autrice del romanzo, una donna il cui mistero rende ancora più affascinante la lettura.

Secondo alcuni studiosi che si sono interessati alla vicenda[1], Mary Tabor ed Edward Bach avevano intrecciato una storia d’amore, e questo si può supporre anche dal romanzo di cui stiamo disquisendo, nel quale Mary potrebbe essere rappresentata dal personaggio di Marian, la moglie di Jack Burton.

Se Marian è Mary Tabor e Jack Burton è il dott. Bach, allora siamo di fronte ad un’unione estremamente consapevole, dove esiste l’Amore vero, e non il possesso. Mary Tabor rappresenterebbe, così, una donna con grande libertà di spirito; forse la si può contrapporre a Nora Weeks, anch’ella presente nel romanzo nelle sembianze della “Signora dei Fiori”.

Emblematico il fatto che, dopo  la morte di Bach, Nora Weeks ne scrisse la biografia, quindi qualcosa di molto “umano”, mentre Mary Tabor si addentrò nella sua parte più profonda e spirituale, scrivendo “To Thine Own Self”.

Resta un ulteriore mistero il motivo per il quale Nora Weeks venne chiamata a continuare l’opera del dott. Bach, mentre Mary Tabor, dopo un breve periodo, svanì da quella attività e non si seppe più molto di lei, che doveva invece aver giocato un ruolo estremamente importante negli ultimi anni della vita di Edward Bach.

Pur essendo stato scritto, come abbiamo visto, nel 1939, i pensieri espressi nel romanzo sono estremamente attuali, troviamo argomenti presi in considerazione da chiunque voglia intraprendere un percorso spirituale.

Si parla di Amore, quello vero, impersonale.

Si pone l’accento sulla necessità di stare nel “qui e ora”, di godere del presente per vivere davvero, per non vagare come “fantasmi”, e per accorgersi delle meraviglie che ci circondano, dei meravigliosi fiori che sbocciano intorno a noi, e che spesso non vediamo nemmeno.

Si riconosce l’esistenza della nostra Divinità Interiore.

Altri concetti sono talmente avanzati da essere ancora adesso “politicamente scorretti”, come l’esortazione a spezzare i legami familiari ed a seguire i propri desideri. Seguire il nostro Desiderio del Cuore, senza farci fuorviare dagli altri, il cui giudizio non ci deve riguardare: è questa l’unica “regola” che vige nella vita dei nostri protagonisti, “follow your own desire”. Solo così potremo essere realmente Noi Stessi, ed essere fedeli al nostro Vero Sé. E’un’ esortazione che ci viene suggerita da subito, il titolo scelto dall’autrice è la parte iniziale di una frase presente nell’Amleto di Shakespeare: “To Thine Own Self Be True”, “Sii fedele a Te Stesso”, menzionata dallo stesso dott. Bach nel IV capitolo del suo libro “Libera Te Stesso”.

E’ questa la regola per partecipare al meglio al Gioco della Vita.

Invito chiunque abbia a cuore conoscere più profondamente il dott. Bach, ma anche chi abbia la volontà di aprirsi all’insegnamento che lui ci ha potuto lasciare, a leggere questo libro. Ne esiste un’ edizione spagnola (che io purtroppo ho scoperto tardi!) ricchissima di note di grande interesse.[2]

Mary Tabor ci ha donato un testo molto importante: attraverso i racconti e le azioni di Davidsson noi, lettori di oggi, abbiamo la fortuna di sentire la “voce” del dott. Bach, come se fossimo attorno a lui, come gli amici radunati a casa di Jack Burton.

Ci sarà chi accoglierà un insegnamento, chi un altro, a seconda delle proprie necessità, proprio come era nell’intento di Davidsson-Bach.

E’un grande regalo, facciamone tesoro!


[1] Eduardo H. Grecco, Lluís Juan Bautista, Luis Jiménez nel testo “Mary Tabor, Enigma y Misterio”, Ed. Continente, 2011.

[2] “Fiel a Ti Mismo, narraciones noveladas sobre la vida y obra di Edward Bach”, Ed. Continente

La generosità di Oak

Dr Ricardo Orozco

Senza dubbio la quercia è un albero molto generoso. Infinità di insetti e piccoli animaletti trovano dimora e cibo tra le innumerevoli fessure del tronco e dei i rami… Si tratta di un albero particolarmente forte e responsabile che, malgrado il passare gravoso degli anni, continua sempre a dare sostegno e accoglienza a tutti i suoi inquilini, senza chiedere nulla in cambio. In ultimo, le sue ghiande sono una appetitosa prelibatezza per altri amici un po’ più grandicelli, cioè i maiali.

La generosità di Oak
Dr Ricardo Orozco
La generosità di Oak. Dr Ricardo Orozco

Sorge spontanea la seguente domanda: i soggetti con questa personalità sono tanto generosi quanto l’albero da cui proviene l’essenza? In genere la prima risposta è un categorico <si>. Tuttavia, un’analisi più approfondita può portarci a conclusioni molto differenti.

Una caratteristica delle personalità ossessive, e Oak è una di loro (insieme a Elm e Rock Water), è l’avarizia. Essi conservano oggetti obsoleti e sono anche troppo “parsimoniosi”, tanto da essere spesso ritenuti fedeli devoti alla Madonna del Pugno Chiuso (espressione idiomatica spagnola usata per indicare una persona molto taccagna, n.d.t).

Senza dubbio Oak è un principio che indica la lotta, la sopravvivenza, l’austerità, la tenacia di fronte alle avversità. Questi ossessivi sono stati educati con la convinzione che “la vita è una dura lotta nella quale non si deve e non si può mai abbassare la guardia”. Bisogna essere sempre pronti alle probabili crisi, ai tempi di penuria economica, all’arrivo del duro inverno, ecc. Lavorare, lavorare, lavorare senza sosta per risparmiare affinché nulla possa mancare alla famiglia… mai.

In Oak il senso di responsabilità è unito alla convinzione di dover essere sempre irreprensibile, serio, scrupoloso, previdente, meritevole… E tutto ciò per Oak richiede una vita vissuta nell’austerità. Quante volte abbiamo visto casi in cui Oak conduce una vita modesta, pur contando su un considerevole risparmio? E cosa dire di coloro che non si sono mai concessi una vacanza, pur essendo nelle condizioni di poterselo facilmente permettere?

Tuttavia esiste un aspetto fondamentale, comune a tutti gli ossessivi: tutti loro detestano <l’assurdo>. Ciò è dovuto al fatto che, oltre ad essere emotivamente repressi, sono iper-razionali. Secondo Oak tutto deve essere previsto e gestito da una mente autorevole, addestrata a percepire ogni micro dettaglio, per poter più tardi controllare e prevedere qualsiasi possibile anomalia. È da ciò che deriva il suo perfezionismo, e, anche se generalmente si tende a pensare che Oak non sia un perfezionista, io credo invece che Oak condivida questa caratteristica, da ossessivo qual è, con Elm e Rock Water.

Per quanto riguarda la generosità, preferisco utilizzare il seguente esempio, si tratta un dialogo ipotetico tra un figlio che ha bisogno di un prestito e un padre Oak.

1° Ipotesi

  • Papà, puoi prestarmi 3000€?
  • A quale scopo figliolo?
  • Ma sai, ho un periodo difficile con la mia partner e ho pensato che forse andare una settimana ai Caraibi a riposare potrebbe fare molto bene alla nostra relazione. Ho già parlato con la mamma e lei penserà ai bambini. Pensavo di restituirti il denaro un po’ al mese.
  • No, assolutamente no, il denaro non deve essere sperperato per queste assurdità. I problemi di coppia si aggiustano a casa.

Diagnosi Taccagno!

2° Ipotesi

  • Papà, puoi prestarmi 3000€?
  • A quale scopo figliolo?
  • Ho avuto dei problemi con il furgone che utilizzo per lavorare e mi hanno fatto un preventivo di quell’ammontare sia per la riparazione sia che decida di cambiarlo con un altro di seconda mano.
  • Si, certamente…

Diagnosi. Generoso!

Allora, Oak è taccagno o è generoso?

Io continuo a pensare che Oak sia fondamentalmente un taccagno, anche se vi è un aspetto della vita che è per lui ancor più importante del risparmio: <il senso del dovere>. Secondo Oak il dovere di un buon padre è dare sostentamento e aiuto ai propri figli. Essere sempre previdenti. Ciò non significa che per l’Oak dell’esempio non sia difficile prendere dei soldi dai suoi risparmi e utilizzarli per le grandi emergenze. Certamente ciò comporta per lui uno sforzo mentale. Nonostante, siccome lui reputa che fa parte di ciò che è sua responsabilità, lo farà perché è il suo dovere.

Invece l’ipotesi delle impreviste vacanze salva-coppia proposta dal figlio della prima ipotesi, per la sua logica elementare e poco sofisticata, è una situazione assurda, egli sicuramente penserà: <che stupidaggine andare in viaggio, a quale scopo? Al ritorno saranno al punto di partenza o anche peggio e con 3000€ in meno nel portafoglio… anzi! nel mio portafoglio>.

Se Oak si trova costretto a sborsare danaro, vorrà che vengano spesi per qualcosa di tangibile, utile palpabile… Non in una cosa totalmente “assurda”… non in fumo.

Certamente possiamo affermare che la quercia ci parla di generosità e la persona con caratteristiche Oak ha davanti a sé una lunga strada da percorrere per riuscire a sintonizzarsi con la generosità autentica, imparando ad offrire ciò che ha, non per senso del dovere, ma perché nasce istintivamente, come all’albero, in modo spontaneo e naturale.

In fretta! …In fretta!

Dr. Ricardo Orozco

Non c’è dubbio che la società moderna in cui viviamo impone un ritmo frettoloso alla maggior parte delle nostre attività. Una sorta di Impatiens globale.

Credo che quasi tutti, forse per contagio o forse per istinto di sopravvivenza, ci rassegnamo o ci abituiamo a questo ritmo sostenuto che tutto pervade. E, quando dico “tutto”, parlo certamente anche della floriterapia.

In fretta! ...In fretta!
Dr. Ricardo Orozco
In fretta! …In fretta! Dr. Ricardo Orozco

Questa fretta condiziona la richiesta del cliente e la visione del floriterapeuta. Per quanto riguarda il primo, cioè il cliente, il floriterapeuta può tentare di controllare la sua impazienza attraverso un’equilibrata gestione delle aspettative che lo hanno portato a rivolgersi alla floriterapia. Questo implica che il floriterapeuta dovrà essere in grado di dare delle informazioni veridiche e oneste sulla terapia floreale.

Una delle domande più usuali che ogni floriterapeuta si sente rivolgere è: “quando comincerò a notare l’effetto dei fiori?”:

Nel caso di un’emergenza, come per esempio un esame per il quale abbiamo prescritto una formula rapida, possiamo prevedere che l’effetto si verificherà in modo veloce, se non immediato. Se invece si tratta di una tematica di fondo, i tempi ovviamente possono essere variabili.

La strategia che consiglio è la seguente: comunicare al cliente che gli incontri saranno ogni tre o quattro settimane e che dopo circa tre mesi (o poco più) parte dell’incontro sarà utilizzato per fare una valutazione generale del percorso fatto fino a quel momento. Detta valutazione può suddividersi in tre parti. Nella prima parte il cliente fa un bilancio dei risultati ottenuti dall’inizio del percorso. Nella seconda il floriterapeuta condivide con il cliente le proprie conclusioni. Nella terza ed ultima parte il cliente riprende il proprio protagonismo e spiega al floriterapeuta come si è sentito durante l’accompagnamento. Se è soddisfatto di come si svolge il suo processo floriterapeutico o se sente che manca qualcosa. Quest’ultima parte è una valutazione del lavoro del floriterapeuta.

Per realizzare correttamente il bilancio menzionato, durante il primo incontro devono essere tracciati gli obiettivi che si desidera raggiungere. In questo modo si stabilisce una meta verso cui puntare lo sguardo, evitando che il processo floriterapeutico vada alla deriva.

Con le competenze menzionate il floriterapeuta può aiutare a gestire le aspettative, spesso impazienti, del cliente e non contribuire a trasformare la floriterapia in una sorta di “degustazione” di un flacone di Fiori di Bach il cui esito deciderà sulla continuità o meno del cliente nel processo floriterapeutico.

Un altro problema, che ho spesso riscontrato in molti floriterapeuti, si verifica quando gli impazienti sono loro stessi… Di frequente si verifica che, quando il cliente viene al secondo consulto, se i risultati riscontrati non sono spettacolari, il floriterapeuta si scoraggia e sottopone la formula utilizzata ad un rigoroso esame. Questo molte volte è dovuto all’impazienza dello stesso floriterapeuta, alla sua insicurezza da principiante, da una mancanza di formazione, dalla pressione esercitata dal cliente… e sicuramente esistono molte altre cause che possono spiegare questo fenomeno.

Il floriterapeuta dovrebbe comprendere che la miscela di Fiori è solo parte del processo floriterapeutico e che lui stesso (il floriterapeuta) non può essere l’argomento centrale del percorso. Dovrà comprendere che i miglioramenti ottenuti dal cliente nella salute, nella gestione dei problemi e delle emozioni dipendono da molte variabili esterne ed interne, e fondamentalmente dal cliente stesso.

Le essenze floreali non agiscono come antidoti, ma come catalizzatori e facilitatori delle risorse del cliente. Per queste ragioni, la funzione del floriterapeuta si limita ad essere quella di colui che accompagna il cliente durante il suo processo di autoconsapevolezza per una migliore gestione della propria vita. Esattamente questo, accompagnare e non risolvere, semplicemente perché non si può. I Fiori aiuteranno a rafforzare il cliente al fine di sviluppare una migliore gestione a delle proprie risorse, ma tutto ciò deve essere un percorso fatto dal cliente stesso. In questo senso accompagnare in modo efficiente ed etico si trasforma in un’arte, non sempre facile, poiché richiede un buon livello di apprendimento, di consapevolezza e … molta pratica.

Dove meno te lo aspetti

Dr. Ricardo Orozco

Di recente, una psicoterapeuta e floriterapeuta italiana mi ha raccontato di come, ora più che mai, si trovasse di fronte a clienti che proiettavano aspettative eccessivamente positive e impazienti su un futuro prossimo. Quasi lo esigevano, poiché ne avevano certamente bisogno per riuscire a sopportare un presente infausto e spiacevole. Questo si concretizzava in un’urgenza di risultati immediati e straordinari in tempi record.

Una delle conseguenze immediate di tali aspettative inflazionate era l’incapacità, e a volte la mancanza di volontà, di vedere ciò che stava accadendo nel presente.

Di fronte a questa situazione, la terapeuta si trovava nella necessità di gestire tali aspettative e, al tempo stesso, di riportare inevitabilmente i suoi pazienti a quel presente da cui fuggivano in preda al panico.

La conversazione con lei mi ha riportato a un periodo tanto doloroso quanto istruttivo. Apparentemente negativo, ma in realtà profondamente arricchente dal punto di vista dell’insegnamento.

Credo fosse il 1997 o il 1998. In quell’epoca, non ero ancora riuscito ad abbandonare del tutto un lavoro nella medicina allopatica che trovavo particolarmente gravoso. La mia vocazione mi spingeva con forza verso la floriterapia, ma per vivere ero costretto a conciliare entrambe le professioni, poiché il mio lavoro con i Fiori non mi garantiva ancora un sostentamento sufficiente.

Provai in tutti i modi a liberarmi del “lavoro cattivo” per potermi dedicare completamente a quello “buono”, ma tutti i miei tentativi – richieste di prestiti, visualizzazioni, assunzione di fiori, pensiero positivo e centomila altre cose – “non funzionarono”, costringendomi a rimanere in quella che sembrava una palese incoerenza. La mia vocazione era chiara e il “lavoro buono” avrebbe dovuto sostenermi, eppure tutti i miei sforzi fallivano, uno dopo l’altro.

Tuttavia, i segnali significativi e le sincronicità (quelle “coincidenze” apparentemente inspiegabili) accadevano proprio nel “lavoro cattivo”. Dall’imbattermi in banconote per strada fino a un’esperienza che avrebbe cambiato la mia vita.

Il “lavoro cattivo” consisteva nel fare il medico d’urgenza per alcune assicurazioni sanitarie private. Lavoravo per un’azienda che inviava il medico a domicilio (in questo caso, me). Ero solo, con la mia auto, a coprire un’area vastissima di posti. Cosa non avrei dato per avere già allora i navigatori GPS! A volte le chiamate si susseguivano contemporaneamente da punti molto distanti tra loro. Questo lavoro stressante mi impegnava tutta la notte del lunedì e un fine settimana ogni tre. Il tutto, all’epoca, senza alcuna assistenza logistica, solo di fronte al pericolo – senza essere affatto Gary Cooper.

Alla fine presi la decisione: lasciai il “lavoro cattivo” e mi affidai a quello “buono”. Ma l’aiuto tanto atteso dall’universo non arrivò in tempo, e in breve esaurii i miei risparmi… Dovetti tornare al vecchio lavoro, rientrando dalla porta di servizio con la rassegnazione cupa di chi è costretto a tornare in prigione dopo aver esaurito il permesso.

Poi, un giorno, si scatenò il peggiore degli incubi. Arrivai il sabato mattina in uno stato Gorse (per fortuna lo stavo assumendo), e scoprii che il medico del turno precedente, quel maledetto, aveva lasciato alcune visite da effettuare senza avvisare nessuno. Nel frattempo, il telefono squillava istericamente e, come se non bastasse, una tempesta da fine del mondo sottolineava la mia pessima sorte.

Ricordo di essere uscito dal centro con l’ombrello che quasi mi cadeva di mano, la borsa nell’altra, e il mattone (il cellulare dell’epoca, un oggetto voluminoso e pesante che sembrava più un’arma che un telefono) che squillava incessantemente. Ah, e il dettaglio preferito di qualsiasi bestemmiatore: affondare un piede intero in una gigantesca pozzanghera proprio mentre salivo in auto.

Ma fu allora che accadde… Quando ormai nulla poteva andare peggio – a meno che qualcuno non fosse spuntato dal nulla per accoltellarmi – accadde…

Sentendo l’acqua gelida entrare nella scarpa e abbassando lo sguardo, vidi qualcosa brillare nella pozzanghera maledetta. Lo raccolsi come potei e lo guardai incredulo: era una fede d’oro, più grande del mio dito medio.

Dove meno te lo aspetti.
Dr. Ricardo Orozco
Dove meno te lo aspetti.
Dr. Ricardo Orozco

Credo che questo evento abbia cambiato completamente la mia lettura della situazione. In qualche modo, catalizzò una presa di coscienza delle mie circostanze. Dissolse o lavò via una grande parte del dramma della mia vita, quegli insopportabili “effetti speciali” che mi facevano soffrire.

Nelle settimane seguenti, accettai che avrei dovuto conciliare i miei due lavori per tutto il tempo necessario, senza isterismi e senza drammi.

E senza dubbio fu proprio questa accettazione, sostenuta dall’assunzione di Walnut, Sweet Chestnut e Wild Oat, ad aiutarmi a posizionarmi e a comprendere ciò che stava accadendo.

Così, dopo alcuni mesi, potevo ormai teoricamente lasciare il “lavoro cattivo”, che nel frattempo era diventato un “lavoro accettabile”. Il “lavoro buono” – corsi, libri, viaggi, clienti di floriterapia – stava fiorendo e apriva prospettive interessanti.

Eppure, restai ancora qualche mese nel lavoro “accettabile” per lealtà verso il mio capo, una persona straordinaria. Quando effettuai la mia ultima visita come medico allopatico, carica di metafore e simbolismi, in qualche modo seppi che sarebbe stata davvero l’ultima della mia vita.

Così, l’insegnamento per me non avrebbe potuto essere più chiaro: l’apprendimento trascendente si manifesta nel luogo scelto dall’anima, dove realmente si impartisce la lezione, e non dove l’ego vorrebbe o desidererebbe. Non esistono scorciatoie. Esiste solo la consapevolezza.

Era evidente che dovevo superare quella lezione presente per poter continuare ad avanzare, anche se in quel primo momento di tribolazioni non riuscivo a comprenderlo.

Non dico che questa esperienza debba essere uguale per tutti, ma a volte l’apprendimento si manifesta qui e ora, dove meno te lo aspetti.

Crab Apple. Il cammino della luce

Dr. Ricardo Orozco

Non credo che esista un’altra essenza floreale di Bach così carica di mitologia, leggende e antiche tradizioni. Un simbolismo così potente che, senza dubbio, condusse Bach, almeno intuitivamente, alla scoperta di Crab Apple.

Sappiamo che, nel periodo in cui preparava questa essenza (1935), la sua salute era estremamente fragile e soffriva di gravi problemi fisici, tra cui un’eruzione cutanea durante i mesi più caldi dell’estate. Allo stesso tempo, la sua sensibilità si era acuita ancora di più.

Jordi Cañellas osserva che la corteccia di questo piccolo albero si screpola e si sfalda facilmente, suggerendo una mancanza di protezione. I suoi fiori, di un bianco luminoso all’interno, ci offrono una purificazione dolce e gentile, un concetto che è evocato anche dalla sfumatura rosata dell’esterno dei petali. Per Barnard: «Il fiore bianco del melo è la luce purificatrice che opera all’interno del rimedio Crab Apple».

Come sono andati i fiori?

Ma il simbolo più emblematico è senza dubbio il suo frutto, la mela, anche e la varietà selvatica utilizzata nel sistema produce piccoli frutti aspri. Molti degli effetti della sua essenza floreale, come la purificazione, la bellezza, la vergogna fisica e la sensazione di sporcizia morale, sono già preannunciati dalla mitologia e dal simbolismo che circondano il melo.

Secondo Scheffer, per i Germani e i Celti il melo era un albero sacro, simbolo di perfezione, purezza e immortalità, mentre i suoi fiori rappresentavano l’amore e la fertilità.

Riguardo alla connessione tra la mela e la salute, il termine bretone per “mela” è aval, e l’isola di Avalon (l’isola delle mele) era, secondo il mito, un luogo di eterna giovinezza e bellezza, oltre che una fonte di trasformazione.

Nella mitologia greca, Eracle, con uno stratagemma, riesce a impossessarsi delle mele d’oro delle Esperidi, frutti dotati di poteri curativi straordinari.

Tre importanti dee greche – Era, Atena e Afrodite – gareggiano davanti a Paride, principe troiano, per essere dichiarate “la più bella”. E perché? Perché Eris, una dea dall’indole un po’ Chicory, furiosa per non essere stata invitata a un sontuoso matrimonio tra dèi e re, getta una mela d’oro come premio per la vincitrice: il famoso Pomo della Discordia, che darà origine nientemeno che alla Guerra di Troia.

Più recentemente, tutti conosciamo la storia della regina malvagia che, quando lo specchio magico le rivela che esiste una donna più bella di lei (Biancaneve), la avvelena temporaneamente con una mela. Ancora una volta, vediamo un conflitto legato all’immagine di sé.

Per quanto riguarda il concetto di impurità morale e vergogna fisica, troviamo l’episodio biblico di Adamo ed Eva.

Nella Bibbia, il “frutto proibito” è quello che cresce nel Giardino dell’Eden e che Dio proibisce all’umanità di mangiare. Quando Adamo ed Eva assaporano il frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male vengono cacciati dal Paradiso. Perdono l’immortalità e l’innocenza e, accorgendosi della propria nudità, provano vergogna.

Sebbene diverse teorie identifichino il frutto proibito con altre varietà, la mela è la candidata più plausibile ed è, senza dubbio, quella che meglio si collega all’essenza Crab Apple. Sappiamo, infatti, che questa essenza floreale aiuta ad accettarsi fisicamente e purifica da sentimenti di impurità morale. Esperienze che possono essere facilmente ricondotte al concetto religioso di peccato, il quale si accompagna al senso di colpa (Pine). E, come tocco finale, il vecchio proverbio popolare: «An apple a day keeps the doctor away» (Una mela al giorno toglie il medico di torno).

Come sono andati i fiori?

Dr. Ricardo Orozco

Quante volte abbiamo sentito questa semplice domanda? Chi vive ed opera nel mondo dei Fiori di Bach è sicuramente molto abituato a sentirla. Tuttavia, non sempre è una buona domanda, sia quando la poniamo nel contesto di un colloquio che quando la rivolgiamo a quell’amico o famigliare al quale abbiamo preparato una miscela.

Ma come mai non è una buona domanda? Le ragioni sono molteplici. La terapia floreale è un processo nel quale intervengono diversi fattori e la miscela prescritta è solo uno dei tanti fattori. Detto in altri termini, la terapia non consiste solo nei fiori della miscela, consiste anche nel setting terapeutico, nella gestione delle aspettative, nella relazione terapeuta-cliente, negli obiettivi terapeutici, ecc.

Come sono andati i fiori?

Quando chiediamo: come sono andati i fiori? Concentriamo tutta la responsabilità del processo terapeutico sulla miscela, e, di conseguenza, sull’abilità del terapeuta di “azzeccare la miscela giusta”, togliendo importanza a ciò che il cliente fa per stare bene o male. Ciò significa che il cliente, l’amico o il famigliare che prende la miscela dei fiori somministrata da noi diventerà passivo all’interno del processo, come accade nell’allopatia, e scaricherà tutta la responsabilità del proprio stato sulla miscela e, come ho detto precedentemente, nella perizia del terapeuta. In questo modo, se il soggetto starà bene “i fiori saranno andati bene”, se invece sta male “i fiori saranno andati male”. Senza dubbio questa è una posizione comoda per il cliente, è la modalità meno vincolante ma anche la meno efficace, dal momento che colloca il terapeuta nel ruolo di responsabile del benessere o del malessere del cliente, che grande responsabilità!! E se non sarà il terapeuta il responsabile, lo saranno i fiori.

Tuttavia esiste un’altra questione su questa famosa domanda. Tra un incontro e l’altro potrebbero verificarsi molte situazioni esterne che ovviamente incideranno sullo stato d’animo del cliente. Anche se a volte le persone che si rivolgono ad un floriterapeuta sono persone che hanno già acquisito una buona capacità di discernimento e di conoscenza di sé, non bisogna dare per scontato che siano sempre in grado di distinguere il modo o la misura in cui gli avvenimenti condizionano il loro stato d’animo, e come si sentirebbero invece se non stessero prendendo i fiori. In ultimo, l’informazione sbloccata dai fiori potrebbe condurre a sensazioni gradevoli o sgradevoli portandoci a volte ad un giudizio troppo precipitoso sul nostro stare <bene> o <male>. Complicato, vero?

Un altro problema da aggiungere alla domanda “come sono andati i fiori?” è che spesso riduce il tempo necessario per fare una valutazione sufficientemente oggettiva. Perché mai qualcuno che si trova con un problema cronico dovrebbe stare meglio nell’arco di tempo che intercorre tra il primo e il secondo colloquio, cioè dopo aver preso all’incirca una boccetta di fiori? Sto parlando di una media di tre settimane tra un incontro e l’altro.

Posso capire perfettamente l’impazienza del terapeuta che ha cominciato da poco ed è desideroso di risultati strepitosi, o del cliente che aspira ad ottenere soluzioni miracolose, ma non ci sono dubbi che è indispensabile stabilire un buon contesto terapeutico dove il floriterapeuta possa gestire adeguatamente le aspettative del cliente. Un setting appropriato in cui sia anche possibile spiegare che i fiori in realtà sono catalizzatori di un’informazione che esiste già dentro di lui e che essi non potranno in alcun modo sostituirsi alle sue azioni personali e non modificheranno nemmeno le sue emozioni negative, ma lo aiuteranno a gestirle. Spiegheremo quindi che Holly non serve per “toglierti la rabbia” ma per “aiutarti a gestire la rabbia”; Mustard non “serve per la tristezza”, ma per “aiutarti a gestire la tristezza”. In questa spiegazione, il lavoro e la responsabilità dovranno rimanere nel territorio del cliente o di colui che prende i fiori. Così facendo si posizionerà la persona al centro del processo terapeutico aiutandolo ad acquisire sempre una maggiore consapevolezza di ciò che sta vivendo. Inoltre il floriterapeuta eviterà di assumersi, involontariamente, il ruolo di guaritore o di tecnico, diventando per il cliente colui che l’accompagnerà durante il processo. In questo modo non si tratterà più di “chi sa” e “chi non sa”, ma piuttosto di due persone che camminano insieme durante un tratto di strada dove il cliente dovrà sentirsi libero di decidere in qualsiasi momento di continuare da solo per la propria via.

L’ideale, a mio avviso, è accordarsi su un tempo minimo di terapia prima di fare una valutazione sul processo terapeutico. Questo tempo può oscillare tra 3 o 4 mesi (con incontri ed eventuali revisioni della miscela ogni tre settimane). Ovviamente per fare una valutazione dovranno essere stati prestabiliti alcuni obiettivi sia dal terapeuta che dal cliente e questi obiettivi, per essere validi, dovranno includere una serie di requisiti (essere raggiungibili, espressi al positivo, auto-responsabili, contestualizzati, ecologici, ecc.).

Come si può capire, raggiungere gli obiettivi stabiliti durante la terapia floreale dipenderà da alcune variabili e non solo dalla miscela dei fiori: la qualità della relazione terapista-cliente, il coinvolgimento emotivo del cliente nel proprio processo terapeutico, il contesto dove vive il cliente, la reattività ai fiori, il tempo trascorso, la professionalità del terapeuta ed una lunga lista di altri fattori…

Dunque la domanda “come sono andati i fiori?” dovrà essere utilizzata soltanto nei casi di emergenza o di applicazioni locali molto puntuali, poiché non è una domanda utile in nessun altro caso.

 Chicory-Heather. Dalla madre bisognosa al bambino bisognoso e capriccioso

Dr. Ricardo Orozco

Territorio condiviso

Territorio Chicory - Heather

Chicory ed Heather condividono un immenso vuoto interiore. Ciò comporta una importante carenza affettiva che si manifesta in una smisurata paura della solitudine e, conseguentemente, in una forte richiesta di amore e attenzione. Questo vuoto interiore si riempie di un livello variabile di angoscia esistenziale tanto devastante e inquietante, tale da giustificare una paura irrazionale e una frequente fuga da se stessi.[1]  A questo punto è chiaro che l’angoscia di base che colma entrambi si chiama Sweet Chestnut, generatasi da un vissuto desolante, dato dalla distanza tra l’anima e la personalità.

Per mitigare in qualche misura questa angoscia esistenziale presente nel nucleo della propria personalità, ricorreranno a diversi meccanismi. Uno di questi consiste nel creare vari personaggi idealizzati che migliorino, almeno un poco, la loro autostima. Questo meccanismo è denominato credenza compensatoria. Ma questi sistemi non sono quasi mai sufficienti a nascondere il dolore emozionale sottostante. Cercano di colmare il vuoto con l’amore, ma molto spesso questo finisce per trasformarsi nel succedaneo della richiesta di attenzione, dipendenza e obbligo di essere assistiti.

Una particolarità da tenere ben presente è l’eccesso di dranmmaticità ed esagerazione che impregnano le comunicazioni di Chicory e di Heather. In parte ciò si deve alla loro iper emozionalità, ma è vero, che a questa accentuata drammaticità (istrionismo) si ricorre come efficace strategia di richiamo affettivo o di richiesta di attenzione. Tutto in loro sembra che sia urgente oimportantissimo, da una semplice telefonata fino a una trascurabile catena via mail. Gli altri, qualunque cosa stiano facendo, devono lasciarla e correre in loro aiuto.

Sono entrambi ansiosi e conoscono da vicino le manifestazioni dell’angoscia. Vivono molto preoccupati (White Chestnut) dai piccoli dettagli affettivi della vita quotidiana, che si riferiscono generalmente alle relazioni interpersonali e alle loro necessità più immediate. La paura all’abbandono o alla sostituzione è così considerevole che è chiaro che occupi tanto spazio nelle loro menti.

Hanno generalmente abitudini  compensatorie con l’intento di alleviare l’ansia. Tendono a mangiare in eccesso e quindi al sovrappeso.

Sono molto poco inclini all’introspezione, che li terrorizza, accusando gravi carenze per tutto ciò che si riferisce ad autoesplorazione.

Di natura irritabili, si spazientiscono facilmente quando sono contraddetti. In gran misura questo si deve alla loro immaturità e conseguente semplificazione del mondo, in un vano tentativo di farlo più malleabile. Ciò determina che in generale siano capricciosi, ed è per questo che esplodono in episodi Cherry Plum-Holly. È ugualmente presente in loro una forte tendenza allo scoraggiamento, alla tristezza e alla depressione. In definitiva, il loro livello di intelligenza emozionale è spesso assai modesto.

Sono persone con una grande predisposizione a patire malanni e problemi di salute. Una parte di questa tendenza si spiega con l’intenso livello d’ansia che vivono. Ma un’altra grande parte della loro natura malaticcia viene potenziata dai benefici secondari che ottengono dai loro sintomi, giacché li utilizzano per manipolare chi li circonda, e riuscire in questo modo ad ottenere un alto rendimento in termini di attenzioni e cure particolari. Allo stesso tempo sono utili come strumenti di autocompassione e per castigare e colpevolizzare quanti non si dimostrano attenti e diligenti con loro, e per essere esonerati dalle loro responsabilità.

In non poche occasioni i malanni si dimostrano effettivi per eludere ed evitare le lamentele di quanti si sono visti danneggiati dal loro modo di agire. Ad esempio, la nuora che è stata umiliata in modo evidente da sua suocera, evita di protestare a fronte della “delicata” salute di quest’ultima.

Tanto Heather quanto Chicory, nel livello più profondo della loro coscienza, possiedono una scarsa autostima. Per questo, si diceva al principio dell’articolo, compensano questa carenza con un sistema di credenze che li eleva a persone “elette”, con attributi o con missioni speciali da compiere a favore degli altri. Quasi mai il personaggio idealizzato che costruiscono coincide con le loro azioni, anche se lo credono.

Sono entrambi invadenti e poco empatici, dal momento che, essendo così ansiosi e richiedenti, non possono immaginarsi nei panni dell’altro.

Dipendono eccessivamente dalla risposta e dalla accettazione esterna e cercano di essere necessari (Chicory) o desiderabili e affascinanti (Heather).

Sono generalmente manipolatori e affabulatori. Il riuscire a instillare negli altri senso di colpa,  permette loro di generare una dipendenza che garantisca il legame affettivo.

Come meccanismo psicologico di difesa utilizzano la negazione e la dissociazione.[2]

Chicory ed Heather sono principi maggiormente riscontrabili nel genere femminile, così come Vine e Vervain predominano nel maschile. Se ampliamo maggiormente questa “sessualizzazione”, possiamo situare Centaury nel primo gruppo e Oak nel secondo. Ovviamente non esiste una linea floreale divisoria, uomini e donne possono condividere principi floreali, ma questo non toglie che ci sia una disposizione determinata in uno o in altro senso. Per poter dare a questo una spiegazione bisogna dire che esistono fattori di indole socioculturale, dovuti alla formazione, biologici, ecc.

Aspetti differenziali come tipologia

È importante sottolineare che in molti casi non è possibile una chiara differenziazione, dal momento che Heather e Chicory non sono in assoluto incompatibili.

La richiesta di attenzione è normalmente più disperata ed esagerata in Heather che in Chicory. Il primo è normalmente più indiscriminato cn i propri interlocutori, mentre il secondo risulta più selettivo. Ciò significa che Chicory sceglierà più attentamente le persone verso le quali rivelare le proprie risorse.

Entrambi hanno paura della solitudine, ma questo aspetto è molto più evidente in Heather, dove può raggiungere dei livelli di difficile immaginazione. Questo può portarlo all’incotinenza verbale, un tratto che è sempre stato utilizzato per descriverlo. Attualmente questa necessità di fuggire dalla solitudine non deve obbligatoriamente manifestarsi attraverso la logorrea; qualsiasi Heather può passare l’intera giornata al computer chattando compulsivamente, mentre satura le reti sociali con le proprie banalità.

Chicory è essenzialmente materna, per cui offrirà costantemente le sue cure, tanto implicitamente che esplicitamente. Tende a stabilire sempre legami pseudo-terapeutici con gli altri. Al contrario, Heather è molto più anarchico, individualista, capriccioso e destrutturato nelle proprie relazioni.

Questo comporta che Chicory crei legami affettivi permanenti e probabilmente impossibili da spezzare; mentre Heather è essenzialmente volubile e tende ad annoiarsi dei suoi amici, fidanzati e ambienti sociali, cambiandoli con altri quando può. Questo aspetto è più riconoscibile e attuabile in Heather giovani. Detto in altro modo: Chicory assume responsabilità, mentre Heather le rifugge. Ad esempio, una madre Chicory è iper protettiva (molto Red Chestnut) e difficilmente lascerà suo figlio all’asilo, con il rischio che potrebbe confondersi e chiamare “mamma” la maestra. Al contrario la madre Heather lascerà suo figlio volentieri con qualsiasi vicina semisconosciuta, pur di uscire per incontrare le sue amiche.

Il livello di manipolazione è molto variabile, dipendendo da un gran numero di circostanze. Ma in ogni caso e in linea generale, Chicory ha più facilità che Heather ad usare la diplomazia, la critica o una via alternativa per raggiungere ciò che vuole. Generalmente Heather tende a un grado di manipolazione più grossolano, almeno nei più negativizzati. Risulta facile pensare a qualcuno che durante la cena di Natale, quando tutta la famiglia è riunita, soffra di qualche disturbo eclatante e teatrale.

Bisogna comunque tenere in considerazione che esistono Heather più sofisticati che impiegano le proprie sottili arti seduttive per ottenere regali e benefici di diverso tipo. In ogni caso la sessualizzazione delle relazioni non è un tratto Chicory, ma una strategia nettamente Heather. Si pensi a quanto risulta poco seducente lo sterotipo della mamma italiana a fronte di quello della vamp. Chicory è nutritiva, non sexy.

In Chicory la manipolazione può variare considerevolmente, dipendendo dal livello sociale e culturale nel quale si muove e, dettaglio importante, dal grado di disperazione.

L’essere così emozionali e affettivamente vulnerabili, li rende facilmente preda dell’ansia e dell’angoscia. Queste caratteristiche sono molto più evidenti in Heather, molto più instabile, mutevole e indeciso (Scleranthus) che Chicory.

La conseguenza dell’ansia in entrambi è normalmente l’aggressività, evidente in una irritazione e impazienza di base semplice da percepire. La gelosia e il sospetto (Holly), motivati da una enorme insicurezza, contribuiscono a vivificare l’ansia e la rabbia.

Tanto Chicory quanto Heather vivono l’Holly allo stato puro, anche se il primo lo nega sempre, dal momento che risulterebbe contraddittorio con la credenza compensatoria che ha edificato , e cioè quella di un “essere di luce venuto al mondo per dare amore e offrire aiuto al prossimo.” La tendenza in Chicory è quella di nascondere l’odio che sente, o perlomeno a negarlo, mentre cerca intorno a sé comprensione e alleanze che lo aiutino a combattere il nemico.

Come si è già detto, nel territorio condiviso la richiesta di attenzione è una delle caratteristiche più evidenti dall’esterno. In Chicory è più selettiva che in Heather, dal momento che accade perché si dia valore “alla sua abnegazione e sacrificio”, anche se il riconoscimento che reclama risulta sempre eccessivo e sproporzionato. È necessario sottolineare che se ha dato due, crede di aver dato dieci, e se riceve dieci, sente invece di aver ricevuto due. Il bilancio, dunque, tra il dare e l’avere è permanentemente alterato.

Si potrebbe quindi affermare che Chicory dà per ricevere e il suo slogan sarebbe: “Ti do in cambio di …” Invece Heather assomiglia piuttosto a un vampiro che svolazza indiscriminatamente intorno alle sue prede al grido di : “Dammi, dammi, dammi … tutto, tutto, adesso!”. È forse questo che ha portato la Scheffer a dire: “ Chicory corrisponde a la madre bisognosa e Heather al bambino bisognoso.” [3]

Senza dubbio Heather è molto più efficace nella sua richiesta di attenzione giacché può ricorrere alla stavaganza, tanto nell’utilizzo di vestiti eclettici e d’impatto, come nell’esibizione di un catalogo di pose e atteggiamenti “desiderabili” (“meglio morta che sempliciotta”). Il tutto accompagnato da espressioni emozionali come risate che assomigliano a nitriti, un tono di voce elevato, conversazioni al cellulare che possono essere ascoltate in un raggio assai ampio, ecc.

Sebbene si è detto che “Heather vuole essere il bambino nel battesimo, la sposa al matrimonio e il morto al funerale” si potrebbe affermare sulla falsariga che “Chicory vuole essere la madrina al battesimo, la sposa al matrimonio e la figura che organizza, consola e conforta tutti in un funerale.”

Con l’obiettivo di essere comunque tenuto in considerazione, Heather preferisce il castigo all’indifferenza. “Preferisco essere cercato dalla polizia piuttosto che da nessuno,” Chicory, seppure può ricorrere a generare un conflitto pur di poporsi come mediatore, cerca sempre di uscirne bene. Risulta più abile nel misurare le conseguenze immediate delle sue azioni.

Sebbene entrambi ricorrano all’esagerazione pur di suscitare l’attenzione altrui, Heather è eccessivamente affabulatore, inventando esperienze inverosimili e spesso rocambolesche: visita di esxtraterrestri, spostamenti nello spazio, apparizioni mistiche … Chicory in questo senso non è stravagante. Piuttosto può insinuare, dare ad intendere, in modo implicito o misterioso, di possedere una determinata informazione extrasensoriale o un qualche tipo di potere che può risultare di gran valore per gli altri. Allo stesso modo può dire a qualche credulone o insicuro che ha individuato in lui/lei una grande potenzialità e che può aiutarlo quindi, attraverso le sue capacità di canalizzazione spirituale, a svilupparlo.

Anche se entrambi possiedono una scarsa o nulla capacità di autocritica, è più facile in Heather avvertire il senso di colpa, o come minimo sentimenti di indegnità o di poco valore, prodotto della predisposizione alla tristezza e alla depressione.

Aspetti diferenziali come stato

Possono viversi stati transitori di Chicory in circostanze speciali, come ad esempio, periodi di vulnerabilità dovuti a perdite affettive. Alcune persone possono perfino manifestare il proprio Chicory con un determinato partner, in uno spazio limitato della propria vita o a fronte di una circostanza nella quale si sono visti particolarmenti danneggiati, come, ad esempio, nella divisione di una eredità o un problema di carattere lavorativo.

In questi casi l’argomento è sempre la convinzione che “si sta ricevendo molto meno di quello che si sta effettivamente ricevendo” o “ha dato molto di più di quello che sta ricevendo” e pertanto si è trattati ingiustamente. Ciò significa che c’è sempre un punto focale o un attivatore più o meno esplicito.

Invece gli stati di Heather sono normalmente più tempestosi e non deve esserci obbligatoriamente un attivatore obiettivo, anche se c’è da riconoscere che alcune persone sono disinibite dall’alcool fino a un punto di loquacità e invadenza difficile da sopportare. Senza dubbio non c’è niente di peggio che avere, in una cena, il nostro vicino a tavola che cerca di convincerci di essere “un’ottima persona”

Continuando con le differenze tra Chicory ed Heather, è molto più probabile transitare per periodi più lunghi di quest’ultimo fiore. Ad esempio nelle tappe biologiche che riguardano la prima infanzia, l’adolescenza o la vecchiaia. In molte persone questo Heather è meramente temporale e si manifesta attraverso un eccessivo soggettivismo o su una richiesta di attenzione davvero considerevoli.


[1] Questo meccanismo è comune anche ad Agrimony.

[2] La negazione consiste nel negare ciò che è evidente per gli altri. Ad esempio:, una donna incinta al 7º mese di gravidanza, nega di esserlo. La dissociazione consiste nel dimenticare o cancellare dalla coscienza determinati episodi dolorosi.

[3] Scheffer, M. La Terapia Floral de Bach. Teoría y práctica. Urano, Barcelona, 1992.

Centaury: Vittima o costruttore della propria realtà?

Dr. Ricardo Orozco

Spesso pensiamo ai Centaury come a creature intrappolate, prigioniere, schiave e bloccate in una determinata situazione contro la loro volontà e pertanto meritevoli di compassione e di aiuto.

Nella storia della schiavitù sappiamo che non esistevano uffici di reclutamento dove si presentavano volontariamente i menzionati schiavi per essere arruolati in un penoso, quanto incerto, mestiere. Al contrario, queste creature erano il bottino di guerra o il risultato di contrattazioni tra imprenditori psicopatici e capi corrotti. Fino a non troppo tempo fa tutto ciò era perfettamente legale e ben visto dalla società.

Tuttavia, credo che dobbiamo tentare di comprendere la mente di Centaury per avvicinarci in modo obiettivo alle situazioni in cui spesso cade.

Centaury corrisponde esattamente a ciò che la psicologia contemporanea considera  “personalità dipendente”. Il vantaggio di questa associazione (Fiore di Bach e psicologia contemporanea) è che da questa prospettiva troviamo letteratura scientifica [1] che analizza scrupolosamente la mente, le emozioni e il comportamento delle persone che corrispondono a questo principio caratteriale.

Centaury corrisponde esattamente a ciò che la psicologia contemporanea considera  “personalità dipendente”. Il vantaggio di questa associazione (Fiore di Bach e psicologia contemporanea) è che da questa prospettiva troviamo letteratura scientifica [1] che analizza scrupolosamente la mente, le emozioni e il comportamento delle persone che corrispondono a questo principio caratteriale.

Tuttavia, quale floriterapeuta mediamente empatico non si è sentito commosso e solidale verso alcuni poveri Centaury, e allo stesso tempo spinto a consigliare, risolvere o per lo meno a tentare di migliorare la loro vita infelice? [2]

In questo articolo tenterò di evitare tutto ciò che potrebbe appartenere all’aspetto vittimistico di Centaury, basandomi sulla costatazione più realistica di Centaury come costruttore della propria realtà.

La personalità dipendente (o Centaury, che è lo stesso) si struttura sulle seguenti credenze negative: “sono totalmente solo, completamente indifeso” “sono inadeguato, inutile” “posso funzionare solo se ho a fianco qualcuno veramente competente” “se mi abbandonano, morirò”.

Questa sensazione-convinzione di sottovalutazione profonda genera un forte bisogno di avere qualcuno che si prenda cura di noi, il che mette in moto un comportamento di sottomissione incoraggiato dal fantasma e dalla paura della separazione, dell’abbandono, della sostituzione, ecc. In cambio della protezione e della supervisione, Centaury si arrenderà totalmente dedicandosi al servizio dell’altro: gli darà amore, tenerezza e soprattutto sarà leale, ubbidiente e docile. Se l’altro sarà felice, anche lui lo sarà.

Una caratteristica interessante dei Centaury è che sono mentalmente poco sofisticati: quindi abbastanza immaturi e infantili. Costruiscono un mondo semplicistico che sarà dunque molto più gestibile e meno minaccioso rispetto al mondo reale.

Esistono 3 meccanismi psicologici di difesa nella personalità dipendente che trascrivo qui di seguito direttamente dal lavoro eseguito da Theodore Millon [3], prendendomi la libertà di aggiungere alcune mie considerazioni:

L’Introiezione: interiorizzare l’identità di un’altra persona per dare luogo a una fusione del più debole con il più forte, dell’incompetenza con l’abilità, dell’inutilità con la sicurezza in se stessi. Quando i dipendenti guardano se stessi, vedono inadeguatezza e incompetenza (Larch) che riflettono la loro mancanza di abilità e di conoscenza. Inoltre, queste introspezioni generano sentimenti svalutanti e un vero e proprio terrore esistenziale (Sweet Chestnut) di fronte alla possibilità dell’abbandono o di essere costretti a occuparsi di se stessi. Il dipendente prende in prestito la potenza, l’abilità e l’autostima dell’altro e in cambio le offre la sua volontà incrollabile di essere al servizio dei suoi obiettivi.

L’Idealizzazione: per esempio nei confronti del partner, che non concepiscono come essere umano con qualità e debolezze, ma che trasformano in un protettore soprannaturale. È un meccanismo infantile di molti bambini nei confronti dei propri genitori… Esseri onnipresenti, onnipotenti…

La Negazione: anche se l’introiezione genera sentimenti tranquillizzanti causati dall’essere uniti ad una persona potente, ciò non è sufficiente a eliminare tutte le fonti di ansia. La negazione (Agrimony) serve per ammortizzare qualsiasi sentimento di fatalità o apprensione che l’introiezione non riesce ad eliminare. Mediante la creazione di un universo semplificato, sprovvisto di difficoltà oggettive, per i dipendenti diventa più facile essere ingenui, infantili e dolci. Un’altra funzione della negazione è quella di permettere alle persone dipendenti di evitare di vedere i propri impulsi ostili. Per i dipendenti, l’ira (Holly) è estremamente minacciosa. Se loro ammettessero di vivere l’ira, a cosa potrebbero arrivare gli altri? Inoltre, ciò distruggerebbe l’illusione di sicurezza e di protezione che tanto li tranquillizza.

A tutti questi meccanismi che ci aiutano a comprendere la problematica dei Centaury, se ne aggiunge un altro particolarmente preoccupante. Essi in genere rifuggono lo sviluppo di qualsiasi qualità o abilità, poiché li potrebbe condurre ad una vita più indipendente. Dunque, non è innaturale che boicottino ogni tentativo fatto dagli altri per aiutarli a sviluppare le loro capacità, come per esempio imparare a guidare, trovare un lavoro indipendente, ecc. Se assecondassero questi suggerimenti, gli altri potrebbero chiedere sempre di più fino a domandargli di assumersi il controllo delle loro vite, e questa possibilità li terrorizza.

Allo stesso modo, qualsiasi impulso di ira o di ribellione potrebbe mettere a rischio la continuità della “protezione”, soprattutto in due modi: attivando l’ira nei loro confronti, o creando un precedente di identità separata, e ciò li impaurisce molto. Per questo motivo si assumono il ruolo di persone inferiori (sempre Larch) in modo da conferire ai loro partner la sensazione di essere forti, competenti e superiori, qualità queste che i Centaury cercano sempre in loro.

Dobbiamo sottolineare che siccome i Centaury confondono i confini tra sè stessi e gli altri (Centaury + Red Chestnut), la perdita di una relazione rappresenta per loro la perdita di sé stessi.

In ogni caso, il solo pensiero della separazione attiva tutti i meccanismi dell’ansia, mantenuta da pensieri negativi (Gentian) e reiterativi (White Chestnut).

Malgrado tutto ciò che abbiamo finora descritto, alcuni Centaury possono apparire felici in questa loro vita di autosacrificio che hanno scelto di condurre, come ad esempio una madre Centaury orgogliosa del successo professionale di un figlio, la moglie che assoggetta totalmente la propria vita alla carriera del marito, ecc. È una specie di tentativo di realizzarsi attraverso l’altro.

Bisogna tuttavia considerare che non sempre i Centaury sono circondati da persone senza scrupoli, tuttavia si sentono spesso attratti da persone dominanti ed egoiste (soprattutto Chicory, Heather, Vervain e Vine).

La tendenza di molti autori, tra cui devo includere anche me stesso, è stata quella di considerare l’infanzia dei Centaury carente di affetto, con genitori assenti, freddi, tirannici, ecc. Tuttavia secondo Millon [4] e i suoi collaboratori la personalità dipendente si spiega in gran misura nel seguente modo:

« L’iperprotezione genitoriale e la disapprovazione attiva dell’autonomia come vie principali dello sviluppo.»

« Nei primi mesi di vita i bebè sono dipendenti e si attaccano alle persone che si prendono cura di loro, che li nutrono e gli evitano situazioni spiacevoli come ad esempio i pannolini sporchi. Più avanti, cominciano a sentire una forte curiosità ed iniziano ad esplorare il contesto intorno a loro, utilizzando come base sicura coloro che si prendono cura di loro e vivendo il mondo come luogo sicuro, in grado di offrire ciò di cui hanno bisogno sia sul piano biologico che su quello emozionale. Alcune delle figure di riferimento, anziché permettere che la curiosità emerga spontaneamente, sono sempre preoccupati di farli sentire a loro agio. Riescono ad annullare ogni necessità di esplorazione del mondo espressa dai bambini: i genitori anticipano ogni loro richiesta concedendo ogni cosa. Questi bambini sono tanto viziati che non hanno alcun motivo  che li spinga a sviluppare competenze, le quali potrebbero rivelarsi utili al di fuori del microcosmo che le loro figure di riferimento hanno creato (…). Non vi sarà una maturazione psicologica se non si ribellano (…). Molti genitori scoraggiano in modo palese l’indipendenza del bambino per “paura di perdere il loro bebè”.»

«Il dipendente all’inizio della propria vita è una persona solare che riceve cure e attenzione stabilendo vincoli normali. In seguito, le figure di riferimento non permettono al bambino di sviluppare l’autonomia, perché trovano piacevole l’intimità che dà loro un bambino dipendente, oppure perché temono che qualsiasi tipo di frustrazione generi nei bambini problemi successivi. Inizialmente queste cure generano fiducia. In un secondo momento diventa un controllo che prende la forma di una “educazione inflessibile”. Più avanti diventa sottomissione e ogni tentativo di ottenere maggiore autonomia genera senso di colpa. Risultato: un bambino remissivo, per il quale sentirsi controllato diventa la normalità e l’indipendenza rappresenta una trasgressione. Il bambino interiorizza la credenza che, anche se gli altri sono adeguati, lui non lo sarà mai.»

Questa descrizione molto chiarificatrice ci porta senza dubbio a pensare a genitori Chicory e Red Chestnut come i propugnatori di principi Centaury. In ogni modo, possiamo pensare anche che, in base alla visione filosofica di Bach, Centaury sceglie circostanze particolari quando si incarna:

« Ognuno di noi ha una missione divina in questo mondo, e le nostre anime usano le nostre menti e i nostri corpi come strumenti per realizzare questo compito (…) Noi scegliamo le nostre occupazioni terrene e le circostanze esterne che ci conferiranno le migliori occasioni per metterci alla prova, al massimo delle nostre possibilità» [5]

Potremmo presupporre che per apprendere la lezione della Fermezza i Centaury abbiano scelto questo tipo di genitori. È inoltre vero che, per non cadere in un determinismo negativo, molti bebè cresciuti ed educati da genitori molto asfissianti riescono a tirar fuori un carattere molto forte e si ribellano. In questo senso, ad ogni tentativo di autonomia,  Centaury dovrà superare anche il senso di colpa che presuppone, ecco perché Pine può essere un fiore di sostegno molto importante per i Centaury.

Per concludere, i floriterapeuti dovrebbero essere molto vigili, come suggerivo all’inizio, per non cadere nel ruolo di “problem solver” e in nessun caso far intendere che l’obiettivo della terapia possa essere l’autonomia, poiché per il Centaury negativo questa parola è sinonimo di solitudine e questa a sua volta sinonimo di terrore o, quanto meno, implica l’impossibilità di sopravvivenza. In realtà  Centaury non ha bisogno di essere salvato dagli altri, ha necessità di fare, con l’aiuto dei fiori, un lungo viaggio verso la propria coscienza emozionale per trovare le risorse al fine di affermare un “sé stesso” più assertivo e più onesto verso le proprie emozione. Solo così sarà possibile per Centaury aiutare gli altri.

[1] Trastornos de la Personalidad en la Vida Moderna. Theodore Millon et Al. El Servier. Masson. Barcelona, 2006.

[2] Sicuramente i Centaury sono i clienti che generano più facilmente il contro-transfert nei loro terapisti, poiché sono ricettivi, teneri, bisognosi, grati, inesperti, ecc. A confronto, i controtransfert con i clienti Heather è assolutamente di tipo diverso.

[3] Millon, Opera cit. in nota 1.

[4] Millon e col. Opera citata. [5] Bach por Bach. Obras Completas, Escritos Florales. Edward Bach. Estratto4letteralmente da Libérense a Ustedes Mismos. (pag. 54). Continente (4ª edición, 1999). Buenos Aires.

[5] Bach por Bach. Obras Completas, Escritos Florales. Edward Bach. Estratto letteralmente da Libérense a Ustedes Mismos. (pag. 54). Continente (4ª edición, 1999). Buenos Aires.