“TO THINE OWN SELF”


Di Letizia Bevilacqua

“To Thine Own Self” è un vero romanzo di consapevolezza.

Scritto nel 1939 da Mary Tabor, collaboratrice del dott. Bach, non è mai stato ristampato, anzi, per un lungo periodo se ne erano addirittura perse le tracce. Fortunatamente, in seguito il romanzo è stato recuperato e reso fruibile online nella sua lingua originale, l’inglese.

Mi sento molto onorata di aver avuto la possibilità di tradurlo in italiano, anche perché, quando ho iniziato a farlo, non avrei mai immaginato che mi sarei trovata di fronte ad un testo simile.

Quasi magicamente, più andavo avanti a leggere, più trovavo riferimenti alla situazione che stavo vivendo. Sembrava quasi che in quelle pagine fossero racchiusi dei suggerimenti, pareva che parlassero di me, che volessero regalarmi un aiuto.

A livello puramente pratico, ho avuto non poche difficoltà nel tradurre alcuni punti – dato l’inglese dell’epoca, con termini oggi desueti o addirittura scomparsi, con passaggi criptici e giochi di parole non traducibili in modo letterale – ma esse, anziché farmi demordere, mi stimolavano, e scavavo sempre più a fondo, come un archeologo che sa che sta per trovare un tesoro.

Gli sforzi sono stati ampiamente ripagati, ho provato un’esperienza che ha segnato nella mia vita un “prima” e un “dopo”.

Ma addentriamoci nel testo.

Il tono che subito ci accoglie è fiabesco: non a caso il romanzo incomincia con un poetico “C’erano una volta…”, per poi proseguire come fosse una sorta di Vangelo, ricco di aneddoti e parabole.

Il linguaggio è semplice, didascalico, ricco di significativi giochi di parole. Ad un primo sguardo può apparire ripetitivo, ma questo deriva da un preciso intento: si tratta, infatti, di un modo di esprimersi quasi ipnotico, per fare sì che quanto scritto entri totalmente nella coscienza del lettore. E in tutto questo si percepisce una grande amorevolezza, caratteristica certamente del dott. Bach, ma, oserei dire, anche dell’autrice.

Curiosamente, non si parla in modo diretto di Fiori di Bach nel testo, salvo un caso in cui vengono citati Clematis e Honeysuckle per invitare alla presenza.

 I riferimenti ai fiori si trovano, ma non sono espliciti.

I personaggi che animano il racconto sono una sorta di “alter ego” del dott. Bach e dei suoi amici/collaboratori. Possiamo, anzi, notare come Edward Bach sia incarnato addirittura da due personaggi: Davidsson (il cui nome è un esempio dei già citati giochi di parole: David’s Son, figlio di Davide, quindi fratello di Cristo), e Jack Burton.

L’incontro di alcuni amici che soggiornano insieme fa da pretesto per la narrazione di storie, racconti, alcuni realmente accaduti, altri creati ad hoc per fornire preziosi insegnamenti.

Inizialmente avevo immaginato che la vicenda si svolgesse nell’abitazione denominata Mount Vernon, (l’attuale sede del Bach Centre, in Inghilterra, nell’Oxfordshire), ma dal testo si evince che la casa in cui soggiornano i personaggi è molto più grande, dunque si può ipotizzare che si parli di un’altra dimora in cui quasi certamente il dott. Bach svolgeva la sua attività: la casa di Mary Tabor.

Mount Vernon

Lei, l’autrice del romanzo, una donna il cui mistero rende ancora più affascinante la lettura.

Secondo alcuni studiosi che si sono interessati alla vicenda[1], Mary Tabor ed Edward Bach avevano intrecciato una storia d’amore, e questo si può supporre anche dal romanzo di cui stiamo disquisendo, nel quale Mary potrebbe essere rappresentata dal personaggio di Marian, la moglie di Jack Burton.

Se Marian è Mary Tabor e Jack Burton è il dott. Bach, allora siamo di fronte ad un’unione estremamente consapevole, dove esiste l’Amore vero, e non il possesso. Mary Tabor rappresenterebbe, così, una donna con grande libertà di spirito; forse la si può contrapporre a Nora Weeks, anch’ella presente nel romanzo nelle sembianze della “Signora dei Fiori”.

Emblematico il fatto che, dopo  la morte di Bach, Nora Weeks ne scrisse la biografia, quindi qualcosa di molto “umano”, mentre Mary Tabor si addentrò nella sua parte più profonda e spirituale, scrivendo “To Thine Own Self”.

Resta un ulteriore mistero il motivo per il quale Nora Weeks venne chiamata a continuare l’opera del dott. Bach, mentre Mary Tabor, dopo un breve periodo, svanì da quella attività e non si seppe più molto di lei, che doveva invece aver giocato un ruolo estremamente importante negli ultimi anni della vita di Edward Bach.

Pur essendo stato scritto, come abbiamo visto, nel 1939, i pensieri espressi nel romanzo sono estremamente attuali, troviamo argomenti presi in considerazione da chiunque voglia intraprendere un percorso spirituale.

Si parla di Amore, quello vero, impersonale.

Si pone l’accento sulla necessità di stare nel “qui e ora”, di godere del presente per vivere davvero, per non vagare come “fantasmi”, e per accorgersi delle meraviglie che ci circondano, dei meravigliosi fiori che sbocciano intorno a noi, e che spesso non vediamo nemmeno.

Si riconosce l’esistenza della nostra Divinità Interiore.

Altri concetti sono talmente avanzati da essere ancora adesso “politicamente scorretti”, come l’esortazione a spezzare i legami familiari ed a seguire i propri desideri. Seguire il nostro Desiderio del Cuore, senza farci fuorviare dagli altri, il cui giudizio non ci deve riguardare: è questa l’unica “regola” che vige nella vita dei nostri protagonisti, “follow your own desire”. Solo così potremo essere realmente Noi Stessi, ed essere fedeli al nostro Vero Sé. E’un’ esortazione che ci viene suggerita da subito, il titolo scelto dall’autrice è la parte iniziale di una frase presente nell’Amleto di Shakespeare: “To Thine Own Self Be True”, “Sii fedele a Te Stesso”, menzionata dallo stesso dott. Bach nel IV capitolo del suo libro “Libera Te Stesso”.

E’ questa la regola per partecipare al meglio al Gioco della Vita.

Invito chiunque abbia a cuore conoscere più profondamente il dott. Bach, ma anche chi abbia la volontà di aprirsi all’insegnamento che lui ci ha potuto lasciare, a leggere questo libro. Ne esiste un’ edizione spagnola (che io purtroppo ho scoperto tardi!) ricchissima di note di grande interesse.[2]

Mary Tabor ci ha donato un testo molto importante: attraverso i racconti e le azioni di Davidsson noi, lettori di oggi, abbiamo la fortuna di sentire la “voce” del dott. Bach, come se fossimo attorno a lui, come gli amici radunati a casa di Jack Burton.

Ci sarà chi accoglierà un insegnamento, chi un altro, a seconda delle proprie necessità, proprio come era nell’intento di Davidsson-Bach.

E’un grande regalo, facciamone tesoro!


[1] Eduardo H. Grecco, Lluís Juan Bautista, Luis Jiménez nel testo “Mary Tabor, Enigma y Misterio”, Ed. Continente, 2011.

[2] “Fiel a Ti Mismo, narraciones noveladas sobre la vida y obra di Edward Bach”, Ed. Continente